Linguaggio, pensiero, azione

«Il linguaggio non è che una metafora di tutto ciò che vorremmo dire prima che diventi linguaggio», e sono d’accordo con Giorgio Manacorda, come non potrei esserlo.

Avendo memoria possiamo pensare in maniera più completa e organizzata. Con una organizzazione adeguata possiamo fare un ragionamento più posato. Il nostro linguaggio potrebbe trarre giovamento da queste due fasi che lo precedono, trovare e utilizzare delle buone metafore.

Al contrario, la memoria può destabilizzare il pensiero immediato, ingarbugliandolo con vecchie nostalgie, passioni, avvenimenti visti e rivisti, immagini di riviste, giornali, musica, televisione, sport, religioni, politica etc. etc. Per vedere le cose con lucidità massima, con rinnovata sorpresa e voglia di sapere e apprezzare, bisogna azzerare la memoria a ogni inizio di giornata. L’albero che fisseremo, proprio davanti a casa nostra, sarà un oggetto sconosciuto.

C’è sempre stata una distinzione tra umani parlanti e umani facenti. «Solo chi fa, sbaglia». Modo di dire bivalente, intende anche che chi parla soltanto non può sbagliare.

Il linguaggio può esprimere frasi «cattive», ossia intrise di sentimenti quali odio, antipatia, invidia, intolleranza. Verso qualcosa o qualcuno.

Io esprimo il mio odio profondo verso la correttezza d’espressione organizzata, l’attenzione nel non offendere «a parole» nessuno, l’essere diplomatico, metaforicamente tollerante. È un’aberrazione, una distorsione. «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare», no, «Agli estremi del mare c’è il dire e il fare». Io preferisco il mare, e che questi anneghi per sempre, con le sue onde anomale, gli oppressori dell’espressione azzardata, che finiscano pure in un oceano di satire, sarcasmi, frizzi e lazzi.

Negli ultimi giorni la mia attenzione è stata attratta dalla vicenda Oscar Pistorius. L’atleta, come tutto il mondo sa, fino a prova contraria ha ucciso qualcuno. Che abbia scambiato la moglie per un ladro o sparatole in maniera premeditata fracassandole poi la testa con una mazza, Pistorius, a fatti e non parole, ha annientato un essere umano. Senza la parte inferiore delle gambe, con una tenacia che in pochi hanno dimostrato, nel 2012 è riuscito a concorrere alle paraolimpiadi, e poi con una sorta di super-protesi elasticizzata ha conquistato anche le olimpiadi (che non avrebbero bisogno di essere specificate per «normo-dotati», no?). Suscitando un certo scalpore, ha attirato su di sé simpatie e antipatie da tutto il mondo. L’essere umano è un sentimentale. Le simpatie avevano una conformazione morbosa, o leggermente morbosa. Nemmeno l’idea dell’eroe mi convinceva. L’umano senza gambe che conquista i 400 m pur non vincendoli. Vince la medaglia d’oro della forza d’animo. Che Pistorius abbia una grandissima forza d’animo è chiaro, perché crivellare di proiettili una figura conosciuta-sconosciuta nella notte non è da tutti, con o senza gambe. Le antipatie arrivavano invece da una sorta di invidia oppure da un senso di avidità che Pistorius ispirava. Io sono del partito dei contro-avidi. Mi sembrava che quel che aveva ottenuto fosse esagerato, perché sprezzante dei sentimenti altrui. Calpestava con arti finti le anime dei meno fortunati-veri. Per me era troppo. E ora, fatalmente, si ritrova coinvolto in una situazione che fa parte, soltanto e senza speranza di modifica, più del mondo dei «normo-dotati». È la più normale delle vicende, non riducibile a «paravicenda». Con o senza arti inferiori, siamo tutti uguali. Tristemente, riguarda l’interno dell’uomo, non l’esterno.

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