Realizziamo la realtà come sogniamo i sogni

All’inizio ero sicuro di aver già fatto quel sogno. Sembra stupido dirlo, in quanto, capire durante il sogno che avevo sognato qualcosa che ancora doveva avvenire completamente e non sapevo come si sarebbe evoluta appariva impossibile. Fatto sta che io ne ero convinto. L’ostinazione onirica è una brutta bestia, che per sua nomenclatura dovrebbe appartenere più al mondo dell’incubo. La chiave di volta** fu la consapevolezza di aver potuto cambiare gli avvenimenti una volta aperta la porta dell’inconscio, o del sogno. Avevo capito i meccanismi, sapevo realmente. Così, quando vidi mio fratello indicare una strada a un viandante capii il trucco: di quella stessa strada ce n’erano tre, una presso l’altra, unite con due angoli a 90° (immaginatevi una L capovolta con un pezzettino in più verso il basso). Quando entrammo in un negozio di abbigliamento, una montagna di t-shirt con la faccia di un bambino sconosciuto si trasformarono in una montagna di t-shirt con una faccia di un bambino sconosciuto presente nel negozio. Lo avevo riconosciuto, era diventato già visto nel momento in cui lo avevo realizzato. È un dannato meccanismo che impone di anticipare la conoscenza all’esperienza che porta a quella conoscenza. Abbiamo due oggetti: B e A. B di solito viene dopo A. Qui B viene prima di A, o almeno coincide. Vado avanti. Feci suonare l’allarme di una macchina sportiva, allungandomi al suo interno per arrivare a premere il bottone della suoneria, cosciente che il proprietario sarebbe venuto a spegnerlo – e che soprattutto le automobili non avevano campanelli o suonerie d’allarme sul cruscotto. Buffo. E infatti venne, si risentì leggermente con me. Io sulle prime rimasi sorpreso, poi diedi uno sguardo alle automobili parcheggiate nei paraggi e mi resi conto che la maggior parte aveva frasi scherzose sulla carrozzeria e sul parabrezza, dei ridicoli commenti scritti su fogli di carta, oppure numeri di targa inventati utili a confondere le idee a chi li leggeva. Alla fine mi portarono in un locale, una specie di bar, credo, e mi fecero conoscere l’ideatore di questa specie di villaggio per burloni. Un semplice ragazzo mai visto prima. Ma lui, a differenza degli altri incontri, non lo assunsi per conosciuto nemmeno all’interno del sogno. Ossia fui abbandonato per un attimo dall’ostinazione onirica. Nonostante gli enormi sforzi che ho fatto per tentare di ricordare altri piccoli particolari del sogno, questo per ora è tutto. Un sogno vivido, di una vividezza che non stento a definire surreale.

** Io ho trovato la chiave di volta e la tengo conservata in una piccola teca di legno. Dopo lunghe ricerche ho potuto constatare che Alessandro Volta se ne serviva per aprire la porta di casa sua a Testaccio.

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