Sebastian Matta (Echaurren): un matto all’auditorium, vero però.

Matta SebastianPunto ad aprire, con questa prima critica, un piccolo angolo dedicato alla storia dell’arte, contemporanea ovviamente («Non possiamo fare a meno di essere contemporanei», Umberto Saba). C’è chi taglia i ponti col passato perché ha un amico verduraio, chi si arrampica sugli specchi perché ha lo zio vetraio, insomma una serie di favoritismi stile-Juventus dei tempi andati. Invece io vado controcorrente, e pur avendo frequentato l’Istituto D’Arte più astratto del mondo (ISA ROMA I) mi invento la «Mia Storia dell’Arte (MSA)».
Sebastian Roberto Matta quindi: nel titolo del post ho inserito la parola matto in senso buono, cioè del Manicopticom (carcere + manicomio + panopticon), luogo veramente immaginario d’aggregazione artigiana e forse artistica. E non c’è nulla di meglio di qualcosa di immaginario. Scomparisse l’immaginario, anche collettivo, sarebbe un’esistenza disastrosa, quella terrestre.
Matta è uno dei più grandi artisti del XX secolo. Altro che follia, incubi notturni, trattati psicocromatici o facili surrealismi. No, macché, è tutto chiaro. Matta non ha tirato fuori dal suo interno quello che gli altri non vedono, ma bensì ha internato nel campo visivo tutto quello che gli altri vedono, meno che lui. Questa è abilità. Ciò che rappresenta noi lo riconosciamo subito, perché è di noi che sta parlando, pur non sapendolo. Ha manipolato il senso dell’ammattimento, internandolo per l’appunto. Lui è il dottore e noi che guardiamo siamo folli, liberi. Quelli, nelle sue tele, siamo noi, che vaghiamo per le città, in mezzo a tecnologie high e trash, più trash che high. Le strutture architettoniche da fantascienza che hanno influenzato Giger, così come ha fatto Ernst, sono gli uffici statali, le scuole, gli ospedali, le usl, le asl, l’atac, l’ama, l’imu, l’iva, l’ova, l’uva.
Chiunque andrà ad ammirare questa mostra, ben allestita, forse poco protetta viste le quotazioni del maestro, deve ringraziare la Fondazione Echaurren Salaris che ha messo a disposizione di tutti, perché l’ingresso è gratuito, questo tesoro naturale. Sarà visibile fino al 20 maggio 2012, Auditorium Parco della Musica, Roma, via Pietro de Coubertin, vicino alla struttura sportiva concepita dall’architetto italiano costretto ad abusare di camomilla. Corredano degnamente i capolavori una serie di cataloghi di vecchie mostre e foto degli anni ‘cinquanta che ritraggono Matta in giro per le strade di Roma.
Per chiudere, mi permetto un’unica osservazione contraria: una mostra di Matta, forse, si sarebbe dovuta fare al Mattatoio.
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